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51 Spiritualità della sosta

Nel camminare umano, che suscita l’esperienza interiore che chiamo spiritualità umana, proprio in quanto si tratta di camminare umano, esiste anche la sosta come elemento necessario: non siamo macchine che possano procedere con una regolarità lineare. Procediamo piuttosto per diversi tipi di ritmi, peraltro non molto regolari. Questa necessità di principio della sosta è simile alla necessità di principio del riposo domenicale, con la relativa spiritualità, in ambito cattolico. Attraverso la pratica della sosta è possibile vivere l’esperienza della festa, di una spiritualità che si allontana dalla cura, un ristorare animo e corpo.

Nella prospettiva del camminare inteso come ricerca, la sosta assume la funzione di far coltivare la consapevolezza che di per sé il punto d’arrivo, il fine da raggiungere è il camminare stesso. Da ciò non segue che camminare sia inutile, visto che non ci sono novità da scoprire: il camminare non è infatti sempre lo stesso camminare, ma si ricrea e si rinnova attraverso il suo stesso porsi in atto.

Il camminare come punto d’arrivo esso stesso può essere paragonato al rapporto tra seme e pianta: c’è grande differenza tra il seme e la pianta, ma è anche vero che per certi versi c’è già nel seme tutto ciò che sarà la pianta, anche se in germe, in nuce, in una maniera che non è possibile sperimentare al cento per cento come se il seme fosse già pianta. In questo senso il camminare come meta si potrebbe anche paragonare alla teologia cattolica del già e non ancora.

Se durante il procedere del camminare si sperimenta di più il non aver ancora trovato, si potrebbe perfino dire l’angoscia, l’anelito del cercare, nella sosta si sottolinea piuttosto tutto il già presente della meta, tutto il già godibile di essa. Chi cammina è già nella meta e dunque ha già tutto, è già in tutto e perciò vale la pena soffermarsi a gustare e sperimentare con pace il già raggiunto, il grado di evoluzione raggiunto del proprio camminare. Senza la sosta il camminare si ridurrebbe solo ad un cercare senza mai vivere, sebbene anche nel cercare sia pur possibile un’esperienza del già.

Potremmo anche osservare, in questo schema, delle sottoversioni del camminare, dei sottocamminare piacevoli che è possibile vivere durante la sosta: li paragonerei a quando ci si diletta a giocherellare col cibo nel piatto e fare disegni col cucchiaio sulla salsa.

Paragonerei l’intrecciarsi di grandi e piccole soste, grandi cammini e piccoli sottocammini, al battito del cuore: c’è il pompare, verso l’esterno, il recepire verso l’interno e c’è anche ogni volta un attimo di sosta in cui il cuore si riposa. Allo stesso modo in cui le onde acustiche o quelle del mare sono attraversate da onde minori.

D’altra parte, è in relazione a questo modo umano di procedere che in molti contesti preferisco il termine “camminare”, oppure “crescere”, al più astratto e filosofico “divenire”. In questa prospettiva trovo anche significativa, come immagine ricca di sintesi del sostare, quella del pasto festivo di gruppo. Ovviamente il riferimento alla Pasqua Domenicale cattolica è abbastanza scontato.

Sosta

Quest’articolo è stato pubblicato il 5 dicembre 2016.
Ultimo aggiornamento: 20 aprile 2017

2017-04-20T20:00:17+00:00

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