59 Vorrei

Io ch’ero fermo ad una corda appesa,

per bisogno, respirare ho dovuto

quell’ultimo fiato intriso

che tra quattro porte

era rimasto chiuso.

 

S’io potessi, ora che so,

dare un numero  al peso della mia più grande colpa,

è solo saggiando

il libero arbitrio del malvagio,

o l’apatia dell’agiato,

o l’arroganza del superbo,

che avrei peso maggiore di sollievo,

facendo vero quel vorrei

che da sempre trastulla i miei giorni,

ponendo un fine

all’abituale infimo tormento

di questa morte che spezza il fermento.

Pietro Di Martino

 

Commento

Affinché la seguente spiegazione sia compresa bene, consiglio una cosa che sarebbe ovvia: leggerla mantenendo sotto gli occhi il testo della poesia. Potete farlo in diversi modi, per esempio aprendo un’altra finestra nel vostro schermo, su questo stesso sito, e affiancandola a questa, in modo da avere sotto gli occhi sia la poesia che questo commento.

Questa poesia contiene una grande complessità, è un concentrato di significati, ma merita di essere studiata perché è capace di rivelarsi arricchente, è un contributo al mondo affinché si cresca.

Vediamo di analizzarla un po’ in dettaglio per capirci qualcosa e non confonderci nella foresta degli echi che crea in noi.

Per orientarci dobbiamo prima individuare un nocciolo, un centro attorno a cui la poesia gravita. Non è poi così difficile trovarlo: c’è l’espressione di un desiderio che fa da scheletro a tutta la poesia:

S’io potessi … dare un numero

Questa è la spina dorsale della poesia: un desiderio espresso, soltanto espresso, che non ha una risposta. Come dire: “Quanto mi piacerebbe se potessi…”. Potessi che cosa? Dare un numero. Dare un numero significa poter quantificare, misurare, precisare, definire, dare un nome alle cose, poterle padroneggiare, poterle capire, poterle comprendere.

Per ora fermiamoci qui: il poeta manifesta un desiderio che non trova modo di realizzare: poter padroneggiare, comprendere, afferrare.

Adesso notiamo che altri termini sono legati a quest’idea del precisare, definire, afferrare: si parla due volte di peso: pesare significa proprio dare un numero, stabilire quanto una cosa vale, in base a quanto pesa. C’è anche il verbo saggiare che esprime la stessa cosa: saggiare significa pesare, soppesare, valutare. L’espressione “facendo vero” indica la stessa tendenza: far vera una cosa significa concretizzarla, renderla visibile, comprensibile, misurarla e mostrarne le dimensioni. Anche “ponendo un fine” indica il desiderio di giungere a qualcosa di stabile, sicuro, conclusivo, definito; quando si pesa un oggetto sulla bilancia si pone un fine, cioè si ha finalmente a disposizione una base per stabilire, ad esempio, a che prezzo venderlo. Porre un fine significa porre uno scopo e uno scopo è qualcosa che si presenta come preciso, definito, capace di dare orientamento.

A questo punto stiamo cominciando a capire che il poeta sente il bisogno di precisazione, definizione, concretizzazione. In questo senso la frase “facendo vero quel vorrei” esprime la stessa idea di “s’io potessi dare un numero”. Infatti “s’io potessi” equivale a “vorrei”, “dare un numero” equivale a “facendo vero”, cioè riuscire a precisare. “Facendo vero quel vorrei” significa “riuscendo a definire bene (= facendo vero) le mie aspirazioni profonde (= quel vorrei)”.

Ora possiamo procedere con un altro interrogativo: a un certo punto il poeta parla “della mia più grande colpa”. Colpa di che cosa? Egli stesso non lo sa, infatti dice proprio che vorrebbe dare un numero al peso di questa colpa, cioè vorrebbe capirla, precisarla, stabilire di cosa si tratta.

A questo punto mi permetto di intervenire io provando a leggere dietro le parole: il poeta non sembra esserne consapevole, ma sembra che, senza accorgersene, abbia in realtà un sospetto molto nascosto su cosa sia questa colpa. Questa colpa può essere individuata proprio nel voler dare un numero, voler definire, pesare, comprendere, afferrare. È questa la colpa dell’Occidente, il quale ha oppresso interi popoli con la propria superbia, basata sulla pretesa di aver capito, di essere intelligente, di essere superiore agli altri popoli. Il poeta forse sospetta che la colpa sia questa, ma non giunge a diventarne consapevole. Egli è distolto da questa consapevolezza per il fatto che pesare, definire, dare un numero, è anche un nostro diritto, sono nostri bisogni per vivere: non si può vivere se non si arriva mai a precisare niente. Ecco la confusione: per vivere è necessario afferrare, dare un numero, pesare, ma questo pesare è anche origine di superbia, oppressione, arroganza, orgoglio di aver capito. Ecco perché il poeta non riesce ad aver chiaro in cosa consiste la sua colpa: perché si tratta di un atto distruttivo che però è anche un diritto e una necessità umana.

Ora che abbiamo guadagnato le coordinate essenziali in cui muoverci possiamo percorrere più agevolmente il resto della poesia.

Che cos’è questo essere fermo ad una corda appesa nel primo verso? La corda appesa può rappresentare un punto di ancoraggio, qualcosa a cui aggrapparsi, sostenersi, ma il poeta ormai ha capito che aggrapparsi a qualsiasi cosa significa anche rendere quella cosa causa della nostra morte. Ci si aggrappa ad una corda per sfuggire alla sofferenza, ma la vita ormai ci ha mostrato abbondantemente che qualsiasi corda a cui ci aggrappiamo è alla fine morte; ci sembra un salvagente per fuggire al dolore, ma quel salvagente si rivela presto impossibilità di dare spazio a tutti i nostri movimenti. Si tratta di una contraddizione, un inganno della vita: a volte fuggiamo dalla sofferenza, ma fuggiamo correndo incontro alla morte. Si tratta della stessa contraddizione espressa più avanti: “tra quattro porte ero rimasto chiuso”: attenzione: non dice “chiuso tra quattro mura”, che sarebbe stato più logico. Le porte dovrebbero servire proprio a non rimanere chiusi, ma il poeta smaschera questa falsità: sono proprio le porte a chiuderci, cosi come è la corda ad ucciderci, quella corda che ci è sembrata una via d’uscita, così come sembrano essere le porte.

Adesso possiamo comprendere il senso di questa contraddizione: si tratta del pesare, dare un numero, di cui abbiamo parlato sopra: dare un numero dà la sensazione di padroneggiare, ma la storia mondiale ha dimostrato che dare un numero significa uccidere, far asfissiare, opprimere, così come fa una corda appesa che sembrerebbe consentirci una fuga.

Ora possiamo comprendere ciò che il poeta dice più sotto: la sua colpa è consistita in desiderio di giustizia, che però egli ormai ha capito che si tramuta in colpevolizzazione. È quello che fanno in continuazione tutti i tribunali: i tribunali esistono per fare giustizia, ma in realtà compiono continua ingiustizia in ogni loro atto perché non fanno altro che colpevolizzare. Ecco un’altra forma dell’ambiguità in cui il poeta si sente aggrovigliato: la giustizia sarebbe un diritto, ma in realtà uccide, perché fa considerare le persone dal punto di vista della colpa. Ecco quindi la sua tentazione di entrare nell’animo delle persone, tra cui anche il proprio stesso animo, a vedere dove sta il libero arbitrio, dove sta l’apatia, dove sta l’arroganza, in una parola: dove sta la colpa. Ma ormai egli ha capito che questa ricerca è essa stessa colpevole, anzi, per meglio dire, colpevolizzante.

Tutta la poesia esprime dunque questo sentimento del poeta di sentirsi aggrovigliato, intricato, imbrogliato, inviluppato. Questo corrisponde al sentimento espresso nei primi versi: egli si sente asfissiare, vorrebbe sciogliere questi nodi e sente che un respiro c’è stato. Ciò che però ha respirato non è il puro dell’aria aperta; ciò che ha respirato è il proprio fiato, per niente puro, un fiato “intriso”; intriso di cosa? Intriso di sé stesso. Anche qui c’è un’ambiguità che lascia vedere una luce, ma anche la nasconde: il poeta ormai ha capito che ciò che ci sembra aria aperta, aria fresca del mattino, non è altro che l’aver dato un numero, aver pesato, aver dominato, e quindi non ha niente di fresco, è soltanto il piacere di esserci affermati. Allora egli sospetta che la vera apertura, la vera freschezza, sta nel respirare il proprio fiato, cioè conoscere sé stesso, esplorare le proprie profondità: è lì che sta la vera apertura, piuttosto che nell’illusione di uscire fuori a respirare aria fresca. Ma è solo un suo sospetto: infatti ha respirato il proprio fiato non per scelta, ma perché ha dovuto farlo: “respirare ho dovuto”.

A questo punto possiamo andare all’altra espressione che sembrerebbe contrastare col resto: a un certo punto egli dice “ora che so”. Ma che cosa sa, visto che il suo è tutto un sentirsi aggrovigliato, sentirsi nell’impossibilità, o semmai tentazione, di dare un numero, nell’impossibilità di far vero il vorrei? Non può trattarsi di un sapere intellettuale, non può essere il sapere di chi è riuscito a dare un numero. Perciò il suo sapere può essere solo un sapere di esperienza che va oltre ciò che si può dire a numeri, oltre ciò che si può esprimere a parole. Il suo sapere è l’esperienza di sé stesso, indicata dall’aver respirato il proprio fiato. L’esperienza di sé stesso non è l’esperienza di chi è riuscito a crearsi delle idee esatte e precise: quello è il sapere del numero. L’esperienza di sé stesso è invece quella che si esprime nella globalità di tutta la poesia, cioè nello scoprirsi poeta, che in quanto tale è come essersi sentito attraversato dalla musa, dall’arte, da questo spirito che si muove dentro di lui e l’ha spinto a scrivere questi versi.

A questo punto succede una cosa curiosa, che contribuisce al sentirsi imbrogliato del poeta: proprio l’esperienza di sé stesso lo conduce a voler pesare, voler numerare, afferrare, fare giustizia. Insomma, egli intravede la strada, la esprime sotto forma di vorrei, ma ne ha paura, per quello che sopra abbiamo detto riguardo all’arroganza occidentale. Ne ha paura perché teme di cadere di nuovo nell’errore dell’universalizzare, imporre il sapere del numero che opprime. Come fare allora? Lo si fa cercando di non dimenticare che siamo esseri particolari e che quindi ogni peso a cui diamo un numero è pur sempre opinabile, è legato alla persona. Ciò che uccide, opprime, è il dire che la matematica non è un’opinione. Il poeta invece suggerisce che anche la matematica non è altro che un respirare il proprio fiato intriso, non è un essere usciti all’aria aperta. Allora sì che il numerare acquista diritto di cittadinanza, in quanto umile, consapevole del proprio particolarismo.

Questo particolarismo è vita, è il fermento di cui il poeta parla alla fine, che si oppone al “fermo” espresso invece nel primo verso: la poesia si muove in questa tensione tra fermo e fermento, cioè tra illusioni dell’occidente arrogante e vita autentica del singolo che legge il proprio respiro.

Dopo quanto detto, non c’è quasi bisogno di spiegare il resto: il fatto che il tormento venga detto “infimo”, il vorrei considerato un trastullo: sono anch’essi segni della tensione in cui il poeta si vede tirato, da una parte e dall’altra.

È interessante che la poesia non ha una conclusione, non ha una risposta ai propri problemi, e proprio questo può considerarsi un messaggio fondamentale di essa: bisogna fare attenzione alle conclusioni, alle risposte, perché nascondono la tentazione dell’arroganza. Nel profondo dello spirito si rivela migliore andare per domande, desideri e aspirazioni, come fa questa poesia, piuttosto che per risposte, conclusioni, numeri.

 

 

Riassunto del video

Una risposta ottimale all’oggettività alienante può essere l’orientamento a vivere l’autoconsapevolezza del proprio io come esperienza unica e come tale incomunicabile.

 

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Quest’articolo è stato pubblicato il 24 febbraio 2018.
Ultimo aggiornamento: 24 febbraio 2018.