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Homo consumens

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    Un amico, che ringrazio, mi ha esposto un’importante obiezione riguardo alla mia idea di individuare insieme la qualità attraverso la discussione. L’obiezione, in pratica, si può riassumere così: la ricerca oggettiva della qualità è quella portata avanti dall’analisi scientifica dei prodotti. Questo mi ha fatto pensare, ad esempio, alle riviste Altroconsumo, o Il Salvagente, oppure ad organizzazioni varie che si basano comunque anch’esse sull’effettuazione di analisi oggettive. È ovvio che, di fronte a criteri di oggettività, il parere di un milione di consumatori può perdere tutto il suo valore. Ad esempio, se l’analisi scientifica dimostra che un telefonino scoppia dopo un mese di utilizzo, non ha nessuna importanza se un milione di consumatori dicono che è il migliore.

    La mia idea investe però un altro criterio, cioè valutare non soltanto i prodotti, ma valutare anche proprio il consumatore. Se, ad esempio, un consumatore ha acquistato per sé i telefonini che l’analisi scientifica ha dimostrato avere il miglior rapporto qualità/prezzo, si potrà comunque discutere sull’uso che questo consumatore fa dei suoi telefonini, ad esempio il fatto che oggi è diventata una cosa quasi normale vedere ragazzi in bicicletta che, invece di guardare la strada, armeggiano col telefonino, tenendo sul manubrio un solo braccio o in certi casi anche nessuno. Ancora più frequente è vedere persone che telefonano guidando l’auto.

    Questo tipo di discorso può dare l’impressione di invadere il privato, le scelte personali, e difatti le organizzazioni di ogni genere pro-consumatori si guardano bene da questo salto verso il giudizio sul consumatore.

    Il fatto è che l’industria conosce bene questo meccanismo, sa che il consumatore non vuol essere importunato riguardo all’uso che fa dei suoi prodotti. L’industria sfrutta questo meccanismo per creare il consumatore, plasmarlo giorno per giorno, in modo da ridurlo davvero a un essere che si allontana sempre più dal suo essere uomo, persona, sorgente di atti critici, di ricerca su tutti i fronti, incluso sé stesso, e si va riducendo sempre di più proprio a come l’abbiamo chiamato finora: consumatore, cioè macchina consumatrice, asservita all’economia e ai bisogni dell’industria.

    Un fatto esemplificativo che può emergere a questo punto è il commercio equo e solidale, ma la mia idea va oltre: non si tratta di cercare soltanto il “vogliamoci bene”, o la giustizia, o la moralità. L’essere umano che non voglia ridursi a felice macchina consumatrice dovrà andare sempre oltre, giungendo anche a sottoporre a critica i cosiddetti “valori” tradizionali, come la giustizia o la moralità.

    È l’uomo ridotto a consumatore, anche se di prodotti scientificamente di qualità, che oggi non sa offrire ai suoi figli un motivo per cui vivere, oltre al ridursi anch’essi, a loro volta, a consumatori felici di usare prodotti di qualità, magari sentendosi buoni perché comprano una Lamborghini, visto che un esemplare fu donato al papa, il quale ne ha devoluto il ricavato ai poveri, oppure un Gratta e vinci, visto che parte dei ricavi viene devoluto in opere assistenziali.

    Un discorso del genere, che si permette di fare il salto vietato, che decide di essere dirompente nella coscienza dell’uomo consumatore servo dell’industria, non si può fare limitandosi ai criteri del prodotto DOC, ma necessita di discussioni non inquadrate, discussioni che si permettano di compiere salti.

    Questa è la mia idea: sottoporre il consumo non solo all’analisi scientifica, che ovviamente è uno strumento utilissimo, ma anche a giudizi del consumatore sul consumatore, cioè su sé stesso.
    Ultima modifica di Angelo Cannata; 08.11.2018, 19:40.

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