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043 L’esserci e la libertà

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  • 043 L’esserci e la libertà

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    Il tema dell'esserci dell'io, considerato nel post precedente, conduce ad approfondire quello della libertà, già trattato, sempre in connessione con l'io, nel post 012 La nostra percezione di essere io. Se consideriamo l'io in una prospettiva materialista, ne consegue che esso, come tutte le cose materiali, è soggetto a determinismo, cioè non possiede libertà, ma è solo un oggetto come tanti altri, le cui azioni sono soltanto il risultato delle forze interne ed esterne che hanno agito in esso, non il frutto di libere scelte.

    In passato sono stato solito pensare che, nell'impossibilità di sapere se la libertà esiste, tanto vale comportarsi come se esistesse. A questo punto invece possiamo chiederci: ma che bisogno abbiamo di immaginare che libertà esista, anche solo come ipotesi per andare al pratico? Se devo compiere un'azione qualsiasi, cosa cambia tra il pensare che la sto compiendo in libertà e pensare che sono determinato dai fattori interni ed esterni che causano ogni mio comportamento? Qualcuno potrebbe pensare che, di fronte all'ipotesi che noi siamo soltanto degli orologi, tanto vale rimanere inerti, oppure darci all'egoismo sfrenato, visto che né altri né la nostra coscienza potranno rimproverarci alcunché, una volta che siamo totalmente determinati da altro. In realtà non è così. Se io sono un orologio, perché a causa di questo dovrei privarmi del piacere di crescere, di amare il prossimo, di compiere, all'interno del mio essere determinato, le scelte che mi sembrano migliori? Un orologio sceglie di segnare le 13:00 dopo aver segnato le 12:00, senza sapere che non è stata una sua scelta, ma il frutto dei suoi ingranaggi che lo fanno muovere. Ma questo cosa cambia per l'orologio, riguardo al suo piacere di portare avanti quel movimento? Si potrebbe ribattere che non è un suo piacere, ma solo un suo essere condotto; sì, ma questo cosa cambia? Possiamo accorgerci dunque che la mentalità greca dell'universalismo, che implica dissociazione dallo spazio e dal tempo, e quindi dal determinismo, ha talmente invaso la nostra mente da abituarci a pensare acriticamente che tutto ciò che si lega a spazio e tempo, e come tale è sottoposto a determinismo, sia privo di valore. In millenni di storia ci siamo talmente abituati a dare acriticamente per scontato che solo l'assoluto (ab-solutum, cioè indipendente, separato, sciolto) vale, da considerare ovvio che tutto ciò che è determinato sia privo di valore e che non ci sia bisogno di rifletterci.

    È bene anche considerare che già il concetto stesso di libertà contraddice il nostro bisogno di logica e si rivela confusionario: se supponiamo di poter compiere atti liberi, da dove nascono questi atti? Se nascono da qualcosa, non sono più liberi, essendo determinati da questo qualcosa; se nascono dal nulla significa che siamo degli dei, capaci di creare dal nulla. Ma anche ammesso che possiamo creare atti dal nulla senza bisogno di essere degli dei, come si dovrebbe spiegare il nostro aver compiuto una scelta piuttosto che un'altra? Qui le alternative sono due: se c'è qualche spiegazione a questo fenomeno, proprio tale spiegazione, essendo all'origine della libera scelta che abbiamo fatto, ne smentisce la libertà; dunque non ci dev'essere una spiegazione. Ma se una spiegazione non c'è, vuol dire che il concetto di libertà è del tutto incomprensibile; ma se dobbiamo concludere che la libertà è una cosa totalmente e assolutamente incomprensibile, come facciamo a dire che esiste? Ne dobbiamo per forza concludere che ce la siamo inventata noi per un nostro bisogno mentale, salvo poi accorgerci che entra in conflitto con il nostro bisogno di logica e col senso critico.




    Riassunto del video

    La libertà non va metafisicamente, astoricamente santificata, ma considerata criticamente, come parte di una storia di condizionamenti. Questo criterio consente di renderci conto del perché della crisi di altri valori come giustizia, democrazia, popolo.
    Ultima modifica di Angelo Cannata; 18 novembre 2018, 21:53.

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