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069 Autoritratto a 25 anni

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    In alcune opere di Giuseppe Alletto gli occhi sono nascosti, bui, a volte proprio come una caverna che incute paura ad entrarvi. Si può pensare che si tratti della caverna del nostro inconscio, il nostro intimo, dove in realtà risiede il nostro io più autentico. Si può interpretare questa scelta come un invito a portarsi con la mente oltre l'esteriorità del volto rappresentato, insomma, come se il ritratto dicesse "Guardami dentro, a questo solo serve questo mio volto". Trovo che sia anche il caso di questo ragazzino, i cui occhi sono chiusi non per il puro caso di trovarsi nella tensione del grido, ma come richiamo ad andare dentro il suo spirito, di cui quanto è visibile nel quadro è soltanto come un dito indice puntato verso l'interiorità.

    Il quadro è incluso tra le coordinate tipiche delle foto di un archivio di polizia o possiamo pensare anche di manicomio. In questo senso è chiara la fortissima tensione tra le linee squadrate, che tentano di ingabbiare il dato oggettivo, e il grido furente che fa di tutto per bucare questa gabbia, bucare il quadro, come se il quadro stesso fosse una prigione. In questo senso possiamo anche pensare all'idea espressa da Michelangelo, "Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla". Nei quadri di Alletto è possibile percepire questo tentativo di bucare il quadro stesso; tentativo che Fontana mostrò nella maniera più plastica, tagliando materialmente le sue tele, mentre in Alletto emerge in una duplice direzione: c'è l'immagine che tenta di uscire dal quadro, quindi bucare il quadro andando verso lo spettatore, ma c'è anche il richiamo affinché lo spettatore buchi il quadro e vi entri dentro: è quanto dicevo a proposito degli occhi chiusi come invito ad andare dentro. Potremmo obiettare all'artista che egli stesso sia colpevole di "inquadrare" il soggetto nel momento in cui ne fa un "quadro", ma la gabbia in cui Alletto rappresenta i suoi soggetti non è in realtà il quadro che è stato disegnato; è la vita, è l'io stesso, ma in questo senso si tratta dell'io come scorza, come super-io, che la società ci ha fatto costruire intorno al nostro io intimo, quello più autentico, che ve ne rimane imprigionato come un baco nel suo bozzolo. In questo senso, rispetto al gesto estetico di Fontana, quello di Alletto appare più vicino alla vita, alla condizione umana: infatti non abbiamo davanti un quadro astratto, ma il ritratto di una persona.

    Parlando di urlo di questo ragazzo, di grido, come non pensare all'urlo di Munch, le cui linee sono invece flemmatiche, fanno pensare a uno zombie; in effetti anche il ragazzino di Alletto può essere interpretato come morto, ucciso, sopraffatto, e quindi colto, come da una foto istantanea, nell'attimo in cui tirava fuori il suo ultimo sforzo di contrapporre la sua energia al mondo. Ma anche quando fosse pensato come ormai morto, questo ragazzo conserverebbe intatta tutta la forza di una protesta che vuole essere presente nell'oggi, come a dire allo spettatore: stai attento, perché questo ragazzo che grida sei tu, abita in te, è il tuo io che aspetta di essere liberato. In questo senso, al contrario, gli occhi del grido di Munch sono spalancati, non rinviano all'interiorità come appare invece in Alletto, sebbene le convoluzioni del tratto di Munch richiamino pur sempre un mondo di sogno, o meglio, di incubo.

    Proseguendo nell'osservazione, in questo ragazzino notiamo un altro contrasto, quello tra la dolcezza tipica dei tratti infantili e la spigolosità appuntita di quei capelli sulla fronte, la tenebrosità del bianco e nero generale e della metà del volto immersa nel buio, la tensione delle labbra, specialmente quello inferiore teso in giù ad evidenziare gengive, denti che esprimono un dramma insanabile. La piccola punta centrale del labbro superiore bilancia invece quest'aspetto, comunicando un'area diversa, seppur limitata, una piccola oasi, da cui promana attenzione, riflessione, meditazione. È la stessa punta centrale leggermente pronunciata che è possibile notare anche nel "Ritratto di William Butler Yeats" e in quello di Giorgio De Chirico, anch'essi di Alletto.

    Appare chiaro, dunque, in conclusione, che quest'opera di Alletto suona come un avvertimento, un allarme, un tentativo di dar voce all'io che oggi viene rinchiuso, messo a tacere, in definitiva viene fatto soffrire, ma la massa non si accorge neanche di questa sofferenza, questo gridare intimo che è in ognuno di noi. Ci troviamo dunque davanti a un'urgenza, un'emergenza: non si tratta qui di scoprire e godere le bellezze, il piacere dell'universo della nostra interiorità: quest'interiorità, che originariamente si prestava a suscitare il piacere della contemplazione, è stata devastata, calpestata, violentata, e a volerla esplorare non s'incontrano più bellezze da ammirare, ma popoli interi, un universo intero che grida la sua oppressione. È la stessa sensazione che provai anni fa durante una passeggiata in una bella campagna, con bei alberi, e c'era pure un bel ruscello, il tutto molto poetico, avvolto nel silenzio del venticello; ma giunto al ruscello vidi che traboccava di schiuma di chissà quali prodotti inquinanti; significava che quella natura solo apparentemente, solo come lontano ricordo mi faceva toccare la sua bellezza immersa nel silenzio; in realtà essa gridava, urlava la propria sofferenza chiedendomi aiuto.



    Riassunto del video

    La soggettività può essere considerata uno sbocco oggettivo del divenire dell’universo. Il retrocedere di Vattimo non va considerato misura provvisoria, ma modalità esistenziale alternativa. L’arte vale non come salvezza, ma come struttura orientata alla soggettività. Il nostro autoimmaginarci dovrà guardarsi dal cercare conforto in immagini statiche. Usciamo dalla gabbia del concludere considerandoci parte del nostro raccontare, che continua sempre con modalità alternative.
    Ultima modifica di Angelo Cannata; 18.11.2018, 22:30.

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