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Qual è il valore dei videogiochi?

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  • Qual è il valore dei videogiochi?

    Gasby mi ha chiesto un parere sulla valutazione negativa che Carlo Calenda ha espresso riguardo ai videogiochi.

    Chiarirei anzitutto un princìpio generale: l’uomo è in grado di rendere qualsiasi cosa strumento di arricchimento, di arte, di crescita, oppure occasione di degrado, impoverimento, oppressione. Dipende da noi, quindi, non dalle cose. Segue da qui un altro criterio: ogni strumento di espressione si caratterizza non per quello che è, ma per quello che è stato reso nel corso della storia. Non ha senso quindi prendersela contro i videogiochi in sé: si tratta di vedere che cosa sono stati resi nel corso della loro storia.

    Come ogni altro mezzo, inoltre, il panorama dei videogiochi è diversificato: ci sono quelli più intelligenti e ci sono quelli mirati ad intontire l’utente.

    A questo punto possiamo andare al confronto con altri ambiti dell’espressività umana.

    Videogiochi e letteratura. È chiaro che esistono anche libri che servono solo a rendere la gente stupida, ma se proviamo ad affiancare il meglio della letteratura e della relativa critica prodotti nella sua storia con il meglio dei videogiochi e della relativa critica prodotti nella loro storia, non c’è confronto: semplicemente non esiste nell’ambito dei videogiochi nulla che possa essere lontanamente paragonato a Dante, Proust, Shakespeare. Quindi, in una scala di competizione da 1 a 10, la battaglia finisce con un Videogiochi 0 (o al massimo un 1 risicato), letteratura 10 (non dimentichiamo di aver messo sul piatto della bilancia non tutti i videogiochi e tutta la letteratura, ma solo il meglio che ciascun ambito riesce ad offrire).

    Videogiochi e musica. Vogliamo trovare nei videogiochi qualcosa che sia lontanamente paragonabile a Beethoven, Mozart, Bach? Anche qui, dunque, 0-10.

    Videogiochi e arti figurative. Lo stesso: ci dicono qualcosa nomi come Michelangelo, Giotto, Leonardo, Picasso? 0-10.

    Videogiochi e cinema. Personalmente non mi sembra che il cinema raggiunga il livello delle altre arti, ma, se continuiamo a selezionare il meglio, pensiamo a Fellini, Tarkovskij, Chaplin, Ejzenštejn, Rossellini, Murnau; esiste qualcosa di questo livello tra i videogiochi? Facciamo 1-9.

    Videogiochi e filosofia, religioni, spiritualità. Dunque abbiamo nomi come Heidegger, Aristotele, Nietzsche, Gandhi, Gesù, Buddha. Anche qui 0-10, anzi, per dare meglio l’idea, direi 0-11, nel senso che questi ambiti si rivelano talmente alti da costringere a forzare i nostri parametri di riferimento.

    Riprendendo il discorso iniziale, rimane da ribadire che tutti questi zeri non sono colpa dei videogiochi, ma di ciò che l’uomo li ha fatti essere e continua a farli essere, così come i meriti della letteratura non vanno all’inchiostro e alla carta, ma a ciò che l’uomo ha saputo metterci dentro.

    Dunque, tutto ciò non significa affatto che per i videogiochi non ci sia speranza; significa solo che, al confronto con le arti citate, si trovano a livelli di profondità intellettuale e spirituale preistorici, primitivi, arretrati (senza offesa per gli uomini primitivi, che hanno saputo tramandarci opere di valore e profondità spirituale eccelsi). La cosa appare tanto più curiosa se pensiamo che il videogioco si presenta invece come qualcosa di estremamente avanzato e avveniristico. Ci accorgiamo che invece viene fuori l’opposto: nella sostanza portano con sé arretratezza e vecchiume.

    Ad un ragazzo qualsiasi non sconsiglierei di dedicare qualche minuto ai videogiochi; soltanto gli raccomanderei di non essere ingenuo, sprovveduto, pronto a lasciarsi rubare il proprio tempo prezioso dai venditori di bells & whistles, che da sempre sono esistiti nella storia. Un altro problema fondamentale dei giochi è infatti questo: sottraggono troppo, troppo tempo, mentre la nostra vita è breve, troppo breve, e non possiamo permetterci di sprecarla in pratiche di seconda, terza, o quarta categoria.

    Alla fine, dunque, non sono d’accordo con la banalità con cui Calenda si è espresso: la sua critica si presta facilmente ad essere a sua volta criticata. Anche la mia ovviamente, ma mi sembra che almeno dovrebbe servire a un approfondimento più fruttuoso.

  • #2
    Molto interessante quanto hai scritto, peró ho bisogno di una precisazione: in base a cosa dai il voto al videogioco rispetto alla musica, alla filosofia ecc...
    Bisogna precisare che i videogiochi e il cinema mischiano, molte delle arti che tu hai citato, sopratutto il videogioco.
    Personalmente penso esso non possa mai arrivare ad una profondità artistica, filosofica o musicale, se paragonata con i "grandi classici", il videogioco deve cercare di coniugare tutte le arti da te citate, risulta difficile specializzarsi in una sola.
    In alcuni videogiochi ho ascoltato musiche (composte talvolta da un orchestra) davvero meravigliose, che veramente le fanno elevare da una semplice "colonna sonora".
    Nel videogioco mi sono ritrovato a vivere ambienti bellissimi, come se fossi in un quadro, ma con la possibilità di interagire con esso.
    Un videogioco come Xenoblade chronicles è un opera per me di grandissima importanza, ma che non tutti riescono a cogliere, un po' come il ragazzino che visita il vaticano, il bambino non vede la bellezza perchè non sa riconoscerla, per il videogioco è la stessa cosa; un ragazzo puó limitarsi a uccidere i nemici (parlo sempre di Xenoblde chronicles) oppure fermarsi, guardarsi attorno, riflettere...
    Vorrei capire meglio questa differenza cosí netta tra il videogioco e il resto...

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    • #3
      Penso sia utile chiarire un altro aspetto in questo confronto tra videogiochi e arti, cioè l’avere a che fare con la povertà, la resistenza e insieme la ricchezza della materia.

      Nelle arti gli artisti si cimentano con la materia: sia essa la parola, oppure l’impasto del colore, il marmo da modellare o lo strumento musicale (intendo acustico, non elettrificato). In questo senso la materia mostra anzitutto il suo essere rudimentale, resistente, fragile, limitata: i colori si mescolano senza che li si possa controllare appieno, i muscoli delle dita non ubbidiscono alla perfezione come si vorrebbe, il marmo è duro, se ci vai con forza invece si spacca, una chitarra acustica non vuol proprio saperne di farsi sentire forte e bella (quest’ultimo caso lo conosco per esperienza). L’artista però intuisce che dietro queste resistenze della materia ci sono potenzialità infinite per esprimersi, perché proprio quel disordine, quella resistenza, offrono gradi infiniti di calibrazione, torsione, mescolamento, unione con il proprio corpo: l’artista ha un contatto corporale intimo con i suoi materiali: i colori gli sporcano la pelle, lo strumento musicale fa sentire le sue pressioni sotto le dita, le parole fanno sentire le loro vibrazioni nella bocca, la faccia, il cranio. Anche una chitarra elettrica ti fa vibrare, ma c’è il problema delle sfumature, del piano e forte: la gamma resa possibile dalla materia è infinita, quella di uno strumento elettrico no, o comunque è molto ridotta al confronto.

      Dunque c’è questa situazione: l’artista si trova tra le mani la materia, come oggetto difficile, ma intuisce che essa gli dà possibilità espressive infinite, se ci metterà pazienza e studio.

      Una volta avuta quest’intuizione, l’artista non va tanto in cerca di rimedi ai limiti della materia, ma si concentra specialmente sui propri limiti: il rapporto tra quanto si lavora per migliorare i violini e quanto si lavora per migliorare i violinisti si può dire che sia di 1 a 1000: pensiamo a quanto tempo spendono nel mondo i fabbricatori di violini per migliorare i violini e quanto ne spendono gli studenti di violino per diventare concertisti. In questo senso l’arte è automaticamente un continuo lavoro di miglioramento di sé stessi.

      Nel videogioco il produttore si trova invece sopraffatto dal mare di possibilità e strumenti offerti dall’elettronica e dai computer. Si perde in mezzo a tutte le possibilità che ha davanti. Questo mare di possibilità gli fa perdere di vista che lo scopo principale è lavorare su sé stesso per esprimere sé stesso. Nel videogioco il produttore viene indotto a sentirsi come uno che non deve fare altro che consentire a tutti gli strumenti che ha a disposizione di esprimere le loro evidenti potenzialità. In un pianoforte queste potenzialità non sono così evidenti, non ti sommergono affatto, ti rinviano piuttosto a te stesso, alla tua capacità di intuire l’universo nascosto dietro quelle povere vibrazioni.

      Ho visto gruppi di discussione in cui i chitarristi “elettrici” impiegano un mare di tempo per rendere la loro chitarra più espressiva, aggiungendo effetti sempre più speciali. Il chitarrista classico lavora invece su sé stesso, sulla propria pazienza, sulla propria capacità di tirar fuori un universo da quel pezzo di legno che debolmente gli vibra tra le braccia.

      Per quanto riguarda i criteri che ho usato per i voti, sono soggettivi, perché l’arte è soggettività. Dico soggettivi non nel senso di limitati al mio parere, ma limitati ai pareri umani mondiali. Mi viene a risultare che le arti hanno permesso nel mondo un’espressione delle soggettività praticamente infinita, infinita in altezza, profondità, estensione, in tutto.

      Il produttore di videogiochi, se vuole misurarsi con le arti, dovrà confrontare l’espressione della propria soggettività, consentita dal videogioco, con quella che viene fuori nelle arti. È tutto qui alla fine il termine di confronto.

      Quanta soggettività viene fuori dalle arti e quanta dai videogiochi? Nel contatto con le arti io sento fluire verso di me un universo infinito, immenso, e nello stesso tempo dolcissimo e poderoso, anche quando si tratta del debole suono di una chitarra classica. Nel contatto col videogioco mi sento invece invaso da un chiasso di trovate tecnologiche, stimoli energici che si sforzano di sbattermi i sensi, mi trattano come se io fossi un sordo, un insensibile, uno che va stimolato con forza, perché altrimenti non sente niente. Un quadro come la Gioconda mi sfida invece a raffinare io la mia sensibilità, saper ascoltare ciò che è nascosto e sfumato, essere sensibile alla dolcezza, la tenerezza, l’accenno, la riflessione calma che si prende tutto il tempo che vuole e capisce la bellezza di educare i propri gusti e le proprie capacità di critica.

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