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Quanto tempo si passa al cellulare tra i più giovani?

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  • Quanto tempo si passa al cellulare tra i più giovani?

    Che ne pensate di questo articolo ?
    Trovate allarmante una situazione del genere per tutti i giovani?
    Secondo me passare già piú di 2/3 ore al telefono è veramente troppo, bisogna darsi dei limiti.
    Ne va anche della salute e della felicità della persona stessa putroppo.



    Inoltre trovate differente passare del tempo sullo smartphone, sullo schermo di un televisore o su un videogioco?
    Quante ore dedicano i più giovani ai social network quotidianamente? Ecco cosa ci hanno detto gli studenti

  • #2
    Credo che riguardo a questa questione esista un grosso errore di fondo, in cui cadono praticamente tutti. Il problema non consiste affatto nella quantità di tempo dedicata nell’usare lo smartphone. Il problema è che cosa si fa con lo smartphone. Lo stesso vale per il computer. Io personalmente passo intere giornate davanti al computer e al mio smartphone, ma non li uso né per videogiocare, né per scambiare frasi banali con chi capita. Io al computer faccio ricerca, studio, trovo libri, confronto opinioni sulle problematiche. A questo punto vorrei vedere chi avrebbe il coraggio di dirmi che dovrei dedicare meno tempo davanti al computer, cioè a studiare, ricercare, perfino meditare. Semmai ci può essere ugualmente un problema se io trascurassi altre cose, per esempio le persone a me più care, ma in questo caso il problema non sarebbe il computer: esso si verifica anche nelle persone troppo attaccate al loro lavoro, o al loro sport o hobby preferito.
    In questo senso trovo che articoli come quello che hai citato, deviando l’attenzione dal nocciolo del problema, contribuiscono in realtà a massificare la gente, a creare buonismo. Il buonismo infatti consiste proprio in questo: pensare di essere buoni, promuovere il bene, ma in maniere così superficiali e prive di critica, che in realtà si tratta solo di massificazione, banalità, luoghi comuni, che hanno una distruttività micidiale.
    Questo è ciò su cui bisogna riflettere: cosa fai col tuo telefonino? Cosa fai col tuo computer? Le ore impiegate non hanno nessuna importanza.

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    • #3
      Si ora che ci rifletto meglio le ore non contano rispetto a quello che ci si fa con la tecnologia. L'articolo in particolare riguarda i social network, ma anche qui possiamo dire che possono essere sfruttati in modo più o meno positivo.
      I social sono un modo per mantenerti in contatto con i tuoi amici,conoscere persone nuove, scambiare interessi, passioni e tanto altro.
      In alcuni casi però nei social sì può anche notare come avvenga tutto l'opposto di questo, messaggi di odio, cyberbullismo e molto altro, questo però non è un fenomeno solo dei social, ma dell'internet in generale.

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      • #4
        Mi sembra evidente che in tutto questo si sia venuta a formare un’azione di impoverimento del linguaggio, con conseguente impoverimento delle idee.

        L’industria ha cavalcato l’istinto delle masse a preferire la semplicità e la comodità, sfruttandolo a proprio vantaggio. Un telefonino è più semplice e comodo di un computer e l’industria ha fatto di tutto per far dimenticare alle masse che semplicità e comodità si pagano ad un prezzo altissimo: il prezzo dell’impoverimento.

        Impoverimento ha significato anzitutto messaggi brevi: SMS, tweet, facebook, sono diventati propaganda di un modo di comunicare impoverito, fatto di frasi corte e semplificate in tutto. Ma frasi corte e semplificate in tutto non significa altro che assimilarsi al linguaggio degli animali, che ha proprio queste caratteristiche. Così le masse fanno sempre più difficoltà ad articolare e comprendere discorsi più complessi, ricchi di collegamenti.

        facebook ha fatto dimenticare l’idea di discutere mettendo in connessione più idee, più discorsi, cosa che invece viene incoraggiata e favorita al massimo dalla struttura naturale del forum.

        È questo il problema: l’industria ha manipolato le strutture della comunicazione, impoverendola quanto più possibile.

        Andando ancora di più alle radici della questione, a me sembra che la radice di ciò che noi, come esseri umani, percepiamo come male della coesistenza, sta nell’oggettivare, perdendo di vista il nostro essere soggetti. Perciò ritengo che la via da seguire, per andare contro la corrente industriale dell’impoverimento, sia quella della spiritualità.

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        • #5
          Posso capire che con l'industralizzazione e il capitalismo l'uomo abbia perso la sua spiritualità insieme alla sua capacità di essere soggetto, ma negli anni prima della industrializzazione davvero l'uomo era più cosciente del suo essere soggetto?
          Sicuramente nei tempi attuali ci é stato un impoverimento, ma non sono tanto sicuro (non so molto dell'argomento, sicuramente sarai più esperto di me) che prima dell'avvento delle prime industrie l'uomo era più consapevole di sé e della sua spiritualità.
          Ultima modifica di Gasby; 18 settembre 2018, 17:51.

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          • #6
            Non idealizzerei il passato, non trovo corretta la posizione di chi ritiene che il passato fosse comunque più autentico del presente. Si tratta di provare ad individuare delle caratterizzazioni.
            Ora, riguardo alla soggettività, è facile osservare che nel passato ci sono stati grandi filosofi che hanno riflettuto sull’io, a mio parere con una forte consapevolezza della soggettività come limite. Voglio dire, a me sembra che, cominciando con Kant (le categorie), ma soprattutto proseguendo poi Fichte e Schelling, cioè con l’idealismo, si stesse intraprendendo la via di assumere il limite della soggettività non come problema da eliminare, ma piuttosto come base, come trampolino di lancio per costruirvi sopra una filosofia consapevole di questa caratteristica, cioè del limite, del relativismo, dell’autocritica. Mi sembra che però, poi, proseguendo con Hegel, e poi Marx, l’attenzione alla soggettività abbia ripreso la piega di un modo di trattarla come oggetto, come insieme di meccanismi, e così secondo me si è persa l’attenzione al limite, che Fichte e Schelling avevano cominciato a sfiorare e imboccare come strada. Nei giorni nostri mi sembra che si sia accentuata ancora di più l’attenzione all’io considerato come oggetto; mi riferisco agli sforzi di approfondire l’io dal punto di vista delle scienze neurologiche, quindi un punto di vista sempre più oggettivizzante, che perde sempre più di vista la coscienza del limite, della soggettività intesa come relativismo.
            A mio parere il massimo di un pensiero sulla soggettività che assume il limite, piuttosto che ignorarlo, si è avuto con Gesù, sebbene anche in lui mi sembra di trovare confusioni che lasciano ripiegare verso certezze oggettive.
            Anche il Buddhismo ospita un certo spazio per una consapevolezza della soggettività, del relativismo, ma trovo che anche lì, alla fine, ci sia sempre una mescolanza confusionaria con altre idee che invece sono di certezza, oggettività.
            A me sembra che oggi portare avanti la filosofia come spiritualità e quindi approfondire la spiritualità come interiorizzazione della soggettività intesa anche come limite sia la via migliore, cioè più proficua per una vera crescita dell’umanità. Non vorrei risultare presuntuoso, è solo il meglio che oggi io riesca ad intravedere.

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            • #7
              Kant l'ho letto recentemente, ma per Marx no, in caso se qualcosa sará inesatto, mi correggerai.
              Se con Kant abbiamo visto un cambiamento della filosofia che passa prima dal soggetto e poi all'oggetto con la sua rivoluzione copernicana, al contrario con Marx man mano è avvenuto l'effetto opposto.
              L'oggettivizzazione dell'essere ha portato poi al capitalismo che personalmente non approvo affatto, dato che ha distrutto ogni genere di spiritualità nell'essere umano.
              Mi piacerebbe sapere la tua opinione sul capitalismo

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              • #8
                Mi sembra che ci troviamo d’accordo, ma forse hai scritto al contrario ciò che intendevi dire su Kant: la rivoluzione copernicana di Kant consiste nell'aver posto il soggetto al centro della conoscenza. Come giustamente hai scritto, Marx riporta invece l’attenzione di nuovo al soggetto, nel momento in cui cerca di far notare che noi, come soggetti, siamo il prodotto di meccanismi economici.
                Riguardo al capitalismo, credo che tutto dipenda da come se lo intende. Provo a darne una definizione: capitalismo sarebbe fiducia nel capitale e nella capacità di usarlo produttivamente. Se lo consideriamo così, allora viene subito fuori che il capitalismo non è altro che una forma di romanticismo, applicata al capitale; dico romanticismo nel senso di atteggiamento fiducioso, idealizzante. Vedendo le cose in questo modo, viene fuori che l’errore consiste nella troppa fiducia, che poi non è altro che una forma di fede religiosa, che ripone in certe cose speranze di salvezza. Io personalmente ritengo che non esistano salvezze, esiste solo il nostro interpretare, il nostro autocriticarci, un provare a crescere che va per tentativi.

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