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Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 2/5

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  • Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 2/5

    2, 8
    וַיִּטַּ֞ע יְהוָ֧ה אֱלֹהִ֛ים גַּן־בְּעֵ֖דֶן מִקֶּ֑דֶם וַיָּ֣שֶׂם שָׁ֔ם אֶת־הָֽאָדָ֖ם אֲשֶׁ֥ר יָצָֽר׃





    Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato.

    L'uomo non è lasciato in autonomia nella sua terra, ma è posto in un luogo che è proprietà di Dio. Non è stato l'uomo a decidere di stare in questo giardino, ma Dio decide di porlo in esso. Avrebbe potuto benissimo essere l'uomo a piantare il giardino e decidere di abitarvi, ma invece è Dio che fa tutto senza consultarlo. Dio situa l'uomo in un ambiente che è relazione con lui; c'è da aspettarsi che Dio si attenda che l'uomo viva secondo il significato del luogo, cioè in relazione a chi lo ha piantato. Di conseguenza, l'uomo non è qui destinato soltanto a lavorare la terra, ma anche ad esercitare la sua opera in un luogo che non è suo; psicologicamente pensando, potremmo già qui vedere la difficoltà adolescenziale derivante dall'esigenza di percepire nella propria esistenza una qualche misura di autonomia: si prepara la condizione di un uomo che potrà desiderare di operare "in proprio", piuttosto che in un giardino che non è suo. Abbiamo quindi già due estraneazioni dell'uomo: 1) è stato creato in funzione della terra, asservito ad essa, 2) viene situato senza sua volontà in un giardino non suo, che gli pone sotto gli occhi il suo non essere proprietario, non essere soggetto, non essere autore.



    2, 9
    וַיַּצְמַ֞ח יְהוָ֤ה אֱלֹהִים֙ מִן־הָ֣אֲדָמָ֔ה כָּל־עֵ֛ץ נֶחְמָ֥ד לְמַרְאֶ֖ה וְטֹ֣וב לְמַאֲכָ֑ל וְעֵ֤ץ הַֽחַיִּים֙ בְּתֹ֣וךְ הַגָּ֔ן וְעֵ֕ץ הַדַּ֖עַת טֹ֥וב וָרָֽע׃





    Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male.

    Anche le piante che spuntano sono proprietà di Dio: è lui che le ha fatte nascere, non l'uomo. Da ricordare che nel racconto precedente, invece, l'uomo viene creato dopo le piante, come culmine della creazione. L'intenzione di Dio è però positiva: si tratta di alberi piacevoli da guardare e buoni per trarne nutrimento. Insomma, non si tratta di un Dio in malafede, così come non sono in malafede i genitori che non sanno capire i loro figli.



    2, 10-14
    וְנָהָר֙ יֹצֵ֣א מֵעֵ֔דֶן לְהַשְׁקֹ֖ות אֶת־הַגָּ֑ן וּמִשָּׁם֙ יִפָּרֵ֔ד וְהָיָ֖ה לְאַרְבָּעָ֥ה רָאשִֽׁים׃
    שֵׁ֥ם הָֽאֶחָ֖ד פִּישֹׁ֑ון ה֣וּא הַסֹּבֵ֗ב אֵ֚ת כָּל־אֶ֣רֶץ הַֽחֲוִילָ֔ה אֲשֶׁר־שָׁ֖ם הַזָּהָֽב׃
    וּֽזֲהַ֛ב הָאָ֥רֶץ הַהִ֖וא טֹ֑וב שָׁ֥ם הַבְּדֹ֖לַח וְאֶ֥בֶן הַשֹּֽׁהַם׃
    וְשֵֽׁם־הַנָּהָ֥ר הַשֵּׁנִ֖י גִּיחֹ֑ון ה֣וּא הַסֹּובֵ֔ב אֵ֖ת כָּל־אֶ֥רֶץ כּֽוּשׁ׃
    וְשֵׁ֨ם הַנָּהָ֤ר הַשְּׁלִישִׁי֙ חִדֶּ֔קֶל ה֥וּא הַֽהֹלֵ֖ךְ קִדְמַ֣ת אַשּׁ֑וּר וְהַנָּהָ֥ר הָֽרְבִיעִ֖י ה֥וּא פְרָֽת׃





    Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avila, dove si trova l'oro e l'oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d'onice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d'Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufrate.

    In consonanza con quanto anticipato nel versetto precedente, l'ambiente presentato è gradevole, meraviglioso; cominciamo a percepire che si stanno affiancando nel racconto due prospettive molto diverse: quella di Dio, che ha cercato di fare delle cose belle, ma non sta capendo il bisogno dell'uomo di avere uno spazio di esistenza percepito come proprio, e quella dell'uomo, come essere su cui si può affacciare la sensazione di stare per essere rinchiuso in una gabbia d'oro.



    2, 15
    וַיִּקַּ֛ח יְהוָ֥ה אֱלֹהִ֖ים אֶת־הָֽאָדָ֑ם וַיַּנִּחֵ֣הוּ בְגַן־עֵ֔דֶן לְעָבְדָ֖הּ וּלְשָׁמְרָֽהּ׃





    Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

    Questo versetto ribadisce quanto percepito in precedenza, semmai non fosse del tutto chiaro: è Dio che pone l'uomo dove vuole e lo pone lì per esservi non padrone, ma operaio. Questa percezione ci viene rinforzata non da ipotesi vaghe, ma dallo stesso testo biblico, cioè dal precedente racconto della creazione, capitolo 1, versetto 28, in cui invece l'uomo è presentato come dominatore: "Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra»". Il contrasto con questo secondo racconto è troppo forte per non essere notato.



    2, 16
    וַיְצַו֙ יְהוָ֣ה אֱלֹהִ֔ים עַל־הָֽאָדָ֖ם לֵאמֹ֑ר מִכֹּ֥ל עֵֽץ־הַגָּ֖ן אָכֹ֥ל תֹּאכֵֽל׃





    Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ...

    Il versetto inizia col verbo comandare, imporre, seguito, nel testo ebraico, dalla preposizione su, sopra, che lascia intendere il peso di un'obbligazione; secondo questo comando l'uomo mangia degli alberi per licenza di Dio e non perché ne sia il padrone; si conferma la condizione opposta a quella dichiarata nel precedente racconto, 1,26-29: "Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo". In queste parole del primo racconto l'uomo è un signore che fa da padrone, su cui Dio pone felicemente tutta la sua fiducia, senza alcun limite; ora invece è un essere assoggettato a comandi in un territorio non suo.



    2, 17
    וּמֵעֵ֗ץ הַדַּ֙עַת֙ טֹ֣וב וָרָ֔ע לֹ֥א תֹאכַ֖ל מִמֶּ֑נּוּ כִּ֗י בְּיֹ֛ום אֲכָלְךָ֥ מִמֶּ֖נּוּ מֹ֥ות תָּמֽוּת׃





    ... ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire».

    Perché Dio ha piantato quell'albero se non è per l'uomo? Perché Dio minaccia morte quando l'uomo non ha ancora fatto nulla? Evidentemente l'uomo si trova qui ad esistere in una condizione pesante da sopportare. Il giardino, piuttosto che un luogo paradisiaco, appare un luogo in cui l'uomo sta come un estraneo che deve stare attento a come comportarsi, perché già Dio si è messo dalla parte del sospetto contro di lui. Il legame con Dio, che il giardino doveva significare, si rivela un legame di degrado, frustrazione. Sembra che in questo contesto sia presente quel senso psicologico di problematica dei rapporti con la figura del padre, che Etienne Charpentier individua invece nel racconto di Caino e Abele. Qualunque sia il modo in cui si voglia interpretare la conoscenza del bene e del male, si tratta comunque di conoscenza, cioè di un alto diritto inerente alla dignità umana, che all'uomo viene negato: l'uomo è trattato e pensato da Dio come un bambino immaturo. Da tutti questi elementi negativi che si vanno accumulando, ci troveremo condotti alla conclusione che, in realtà, Dio stesso ha creato le premesse perché si verificasse il peccato di Adamo.




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    Ultima modifica di Angelo Cannata; 11 novembre 2018, 16:53.

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