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Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 4/5

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  • Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 4/5

    3, 1-5
    וְהַנָּחָשׁ֙ הָיָ֣ה עָר֔וּם מִכֹּל֙ חַיַּ֣ת הַשָּׂדֶ֔ה אֲשֶׁ֥ר עָשָׂ֖ה יְהוָ֣ה אֱלֹהִ֑ים וַיֹּ֙אמֶר֙ אֶל־הָ֣אִשָּׁ֔ה אַ֚ף כִּֽי־אָמַ֣ר אֱלֹהִ֔ים לֹ֣א תֹֽאכְל֔וּ מִכֹּ֖ל עֵ֥ץ הַגָּֽן׃

    וַתֹּ֥אמֶר הָֽאִשָּׁ֖ה אֶל־הַנָּחָ֑שׁ מִפְּרִ֥י עֵֽץ־הַגָּ֖ן נֹאכֵֽל׃

    וּמִפְּרִ֣י הָעֵץ֮ אֲשֶׁ֣ר בְּתֹוךְ־הַגָּן֒ אָמַ֣ר אֱלֹהִ֗ים לֹ֤א תֹֽאכְלוּ֙ מִמֶּ֔נּוּ וְלֹ֥א תִגְּע֖וּ בֹּ֑ו פֶּן־תְּמֻתֽוּן׃

    וַיֹּ֥אמֶר הַנָּחָ֖שׁ אֶל־הָֽאִשָּׁ֑ה לֹֽא־מֹ֖ות תְּמֻתֽוּן׃

    כִּ֚י יֹדֵ֣עַ אֱלֹהִ֔ים כִּ֗י בְּיֹום֙ אֲכָלְכֶ֣ם מִמֶּ֔נּוּ וְנִפְקְח֖וּ עֵֽינֵיכֶ֑ם וִהְיִיתֶם֙ כֵּֽאלֹהִ֔ים יֹדְעֵ֖י טֹ֥וב וָרָֽע׃





    Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».

    Il serpente rappresenta il momento in cui il mondo dell'uomo e il mondo di Dio si devono confrontare; come animale, fa parte degli esseri in cui l'uomo non aveva riconosciuto una compagnia adatta per lui. Il testo tiene a ricordare che esso è una creatura di Dio: rappresenta il mondo delle proprietà di Dio acquisite dall'uomo, ma messe poi da parte perché non adatte per trovare compagnia contro la propria solitudine. In quanto tale, esso non può essere un protagonista capace di parlare; come dono che era stato messo da parte, sta lì a testimoniare l'incomprensione di Dio sull'uomo, Dio che all'inizio non ha saputo fare un regalo adatto al festeggiato; il festeggiato sarà costretto a pensare qualcosa di questo tipo: "Dio si sforza di fare qualcosa di buono, ma non mi capisce: non sa farmi regali che mi piacciono". Di passaggio, potrebbe essere molto interessante un confronto con Matteo 7, 9-10: "Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe?". Così le parole del serpente vengono ad essere simbolo dell'uomo che, guardando al dono mal riuscito, dimostra a sua volta di cominciare a svisare le intenzioni di Dio. Tutto il dialogo diventa così il progredire di questa incomprensione. L'uomo si va dirigendo verso la liberazione del desiderio di diritto: il desiderio di conoscenza.



    3, 6
    וַתֵּ֣רֶא הָֽאִשָּׁ֡ה כִּ֣י טֹוב֩ הָעֵ֨ץ לְמַאֲכָ֜ל וְכִ֧י תַֽאֲוָה־ה֣וּא לָעֵינַ֗יִם וְנֶחְמָ֤ד הָעֵץ֙ לְהַשְׂכִּ֔יל וַתִּקַּ֥ח מִפִּרְיֹ֖ו וַתֹּאכַ֑ל וַתִּתֵּ֧ן גַּם־לְאִישָׁ֛הּ עִמָּ֖הּ וַיֹּאכַֽל׃





    Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò.

    Il testo, per come è strutturato, non dà affatto l'impressione di un'aperta ribellione a Dio: fa guardare e sentire le cose al lettore dal punto di vista della donna e così permette di rendersi conto dei motivi che lei ebbe per decidere di mangiare di quel frutto; viene descritto un decorso mentale estremamente graduale, che impercettibilmente passa alla trasgressione di fatto. Al contrario di quanto è stato fatto da secolari tradizioni interpretative, il testo non orienta a considerare l'azione della donna come un gesto di ribellione. Il testo non sta dando colpe a nessuno, né a Dio, né al serpente, né alla donna. Sta descrivendo una situazione vitale che non chiede tanto di essere compresa, cosa praticamente impossibile, come hanno dimostrato le tante interpretazioni colpevolizzanti, ma piuttosto di essere assunta, rivissuta, fatta propria e resa poi oggetto di vita susseguente. Ciò a cui il testo orienta non è il farsi un'idea su chi sia il colpevole: al contrario, il testo sembra fare di tutto per impedire il discernimento di ciò; esso orienta piuttosto all'esperienza di una narrazione vitale, spirituale, affinché essa sia d'aiuto alla vita di chi la leggerà; l'aiuto dovrà consistere non nella comprensione, ma nell'esperienza stessa del testo e della spiritualità che vi è contenuta.



    3, 7
    וַתִּפָּקַ֙חְנָה֙ עֵינֵ֣י שְׁנֵיהֶ֔ם וַיֵּ֣דְע֔וּ כִּ֥י עֵֽירֻמִּ֖ם הֵ֑ם וַֽיִּתְפְּרוּ֙ עֲלֵ֣ה תְאֵנָ֔ה וַיַּעֲשׂ֥וּ לָהֶ֖ם חֲגֹרֹֽת׃





    Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

    Il testo che precede dice con chiarezza che Adamo ed Eva avevano già prima occhi ben funzionanti: già lo stesso versetto precedente ha appena menzionato proprio gli occhi a proposito della gradevolezza dell'albero. Ma allora, se gli occhi erano già aperti e però il testo dice che ora si aprirono, se già non provavano vergogna e però ora fanno conoscenza del loro essere nudi, cosa possiamo pensare? Ciò che conta è cercare di rispettare al massimo il testo, sforzandoci di non inventare nulla che non sia espresso da esso, almeno implicitamente, ma comunque in modi dimostrabili. Possiamo pensare che adesso i loro occhi si aprirono a qualcosa che prima non vedevano, modi di guardare le cose che prima non avevano sperimentato. Ma cos'è che prima non vedevano e non sperimentavano? La risposta qui è semplicissima, chiarissima, perfettamente espressa dal testo: non avevano mai visto e sperimentato le cose dal punto di vista di chi sa di aver trasgredito un'imposizione. Con la coscienza di aver trasgredito, ogni consapevolezza viene a risultare modificata, il sapere e vedere non sono più motivo di felicità, libertà, assenza di vergogna, come prima il testo aveva detto. L'origine di questa modifica non si trova in qualche potere speciale contenuto all'interno del frutto. L'origine sta nel fatto che Dio l'aveva vietato. È questo che ha reso il frutto portatore di una prospettiva turbante, spiazzante. Così come la sapienza contenuta nel frutto dell'albero era stata presentata da Dio come qualcosa da nascondere all'uomo, qualcosa da vietargli, ora, a causa del sentirsi trasgressore, l'uomo viene contagiato: anche per lui adesso ogni sapienza, ogni conoscenza, ogni vedere, diventa motivo di turbamento, qualcosa di inevitabilmente inquinato, qualcosa che dev'essere nascosto e vietato. In questo senso l'inquinamento del sapere non investe soltanto il sesso, che viene nascosto con le foglie di fico: ciò viene a risultare solo un simbolo dello sconvolgimento che investe ogni sapere, ogni vedere; ora nulla è più come prima. Subito dopo infatti l'uomo si sentirà in necessità di nascondersi da Dio, dirà di averlo fatto perché è nudo, ma l'andamento del racconto mostra ormai chiaro che il vero motivo della vergogna non è l'essere nudo, ma l'essere diventato trasgressore. Insomma, Dio, inventando il divieto di mangiare dell'albero, ha inventato con esso l'esperienza della curiosità vietata, la conseguente trasgressione e il conseguente sentirsi trasgressori, che modifica inesorabilmente la visione di ogni cosa.



    3, 8
    וַֽיִּשְׁמְע֞וּ אֶת־קֹ֨ול יְהוָ֧ה אֱלֹהִ֛ים מִתְהַלֵּ֥ךְ בַּגָּ֖ן לְר֣וּחַ הַיֹּ֑ום וַיִּתְחַבֵּ֨א הָֽאָדָ֜ם וְאִשְׁתֹּ֗ו מִפְּנֵי֙ יְהוָ֣ה אֱלֹהִ֔ים בְּתֹ֖וךְ עֵ֥ץ הַגָּֽן׃





    Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l'uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

    Così come Dio aveva reso l'albero della conoscenza qualcosa che doveva rimanere nascosto alla diretta esperienza umana, ora l'uomo considera sé stesso qualcosa da nascondere alla diretta esperienza di Dio. Ora nel giardino ci sono due cose oggetto di negazione dell'accesso: l'albero della vita, vietato da Dio e poi profanato, e ora l'uomo, vietato a Dio dall'uomo stesso. È tutto un nascondere: si nasconde il corpo, ci si nasconde da Dio. Il comando che era stato imposto precipita con tutto il suo peso sopra l'esistenza dell'uomo.



    3, 9-13
    וַיִּקְרָ֛א יְהוָ֥ה אֱלֹהִ֖ים אֶל־הָֽאָדָ֑ם וַיֹּ֥אמֶר לֹ֖ו אַיֶּֽכָּה׃

    וַיֹּ֕אמֶר אֶת־קֹלְךָ֥ שָׁמַ֖עְתִּי בַּגָּ֑ן וָאִירָ֛א כִּֽי־עֵירֹ֥ם אָנֹ֖כִי וָאֵחָבֵֽא׃

    וַיֹּ֕אמֶר מִ֚י הִגִּ֣יד לְךָ֔ כִּ֥י עֵירֹ֖ם אָ֑תָּה הֲמִן־הָעֵ֗ץ אֲשֶׁ֧ר צִוִּיתִ֛יךָ לְבִלְתִּ֥י אֲכָל־מִמֶּ֖נּוּ אָכָֽלְתָּ׃

    וַיֹּ֖אמֶר הָֽאָדָ֑ם הָֽאִשָּׁה֙ אֲשֶׁ֣ר נָתַ֣תָּה עִמָּדִ֔י הִ֛וא נָֽתְנָה־לִּ֥י מִן־הָעֵ֖ץ וָאֹכֵֽל׃

    וַיֹּ֨אמֶר יְהוָ֧ה אֱלֹהִ֛ים לָאִשָּׁ֖ה מַה־זֹּ֣את עָשִׂ֑ית וַתֹּ֙אמֶר֙ הָֽאִשָּׁ֔ה הַנָּחָ֥שׁ הִשִּׁיאַ֖נִי וָאֹכֵֽל׃





    Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l'uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

    Ora si svolge il processo. Le difese si rivelano vane, deboli: vanno a concludersi su un principio, il serpente, il quale non cancella però le responsabilità individuali, ma neppure permette di individuarle: se cerchiamo il peccato con e nella nostra coscienza, troviamo solo innocenza o, tutt'al più, un non sapere. Così il processo, più che definire la verità, cerca, anche a costo di inventarli, dei colpevoli da punire, per dare una soddisfazione al bisogno di risposte e di giustizia. Se guardiamo bene il racconto, però, si tratta di una giustizia la cui esigenza è unilaterale, non si tratta di un patto, un'alleanza, che siano stati infranti, perché non c'è stato tra Dio e l'uomo nessun patto, nessuna alleanza. 2,16 è stato chiaro: Dio aveva imposto sopra l'uomo il divieto, ma si tratta appunto di un divieto imposto, all'uomo non è stato concesso nessuno spazio di accettazione o rifiuto, allo stesso modo in cui era stato posto di peso nel giardino, senza essere interpellato. Che cosa avrebbe infranto dunque l'uomo, una volta che di fatto non ha mai avuto spazio di esprimere a Dio alcun consenso, alcun accordo? Così, più che testimone di qualche giustizia, il processo appare come il momento di passaggio doloroso in cui si deve definire il cambiamento verso cui procedere; ogni cosa è messa in questione, non esistono appigli di sorta; rimane solo da affrontare coraggiosamente il futuro, man mano che, nel corso del processo, si farà chiaro e presente.



    3, 14-15
    וַיֹּאמֶר֩ יְהֹוָ֨ה אֱלֹהִ֥ים ׀ אֶֽל־הַנָּחָשׁ֮ כִּ֣י עָשִׂ֣יתָ זֹּאת֒ אָר֤וּר אַתָּה֙ מִכָּל־הַבְּהֵמָ֔ה וּמִכֹּ֖ל חַיַּ֣ת הַשָּׂדֶ֑ה עַל־גְּחֹנְךָ֣ תֵלֵ֔ךְ וְעָפָ֥ר תֹּאכַ֖ל כָּל־יְמֵ֥י חַיֶּֽיךָ׃

    וְאֵיבָ֣ה ׀ אָשִׁ֗ית בֵּֽינְךָ֙ וּבֵ֣ין הָֽאִשָּׁ֔ה וּבֵ֥ין זַרְעֲךָ֖ וּבֵ֣ין זַרְעָ֑הּ ה֚וּא יְשׁוּפְךָ֣ רֹ֔אשׁ וְאַתָּ֖ה תְּשׁוּפֶ֥נּוּ עָקֵֽב׃ ס





    Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

    Così come Adamo ed Eva ci vedevano già prima della trasgressione, allo stesso modo il testo non consente di dedurre che il serpente non si sia mosso da sempre strisciando. Questo fatto ora però diventa una cosa nuova, perché viene guardato dalla nuova prospettiva di trasgressori che guardano tutto con sospetto, meraviglia intimidita, paura, diffidenza. La diffidenza è la nuova chiave di lettura che investe ogni sguardo, ma il primo a diffidare era stato Dio, minacciando l'uomo di morte quando egli non aveva ancora dato alcun motivo per cui Dio dovesse esprimergli quella diffidenza.



    3, 16
    אֶֽל־הָאִשָּׁ֣ה אָמַ֗ר הַרְבָּ֤ה אַרְבֶּה֙ עִצְּבֹונֵ֣ךְ וְהֵֽרֹנֵ֔ךְ בְּעֶ֖צֶב תֵּֽלְדִ֣י בָנִ֑ים וְאֶל־אִישֵׁךְ֙ תְּשׁ֣וּקָתֵ֔ךְ וְה֖וּא יִמְשָׁל־בָּֽךְ׃ ס





    Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà».

    Anche qui il testo non permette di supporre che prima il parto fosse indolore; esso sta presentando dei momenti simbolici che caratterizzano l'intera esistenza degli esseri oggetto della sentenza. È l'intera esistenza ad essere stata sovvertita da tutta la vicenda e sarà bene avere chiaro che, in base al testo, il sovvertimento di quella che avrebbe potuto la bella e semplice storia di un'amicizia ha avuto inizio non con la trasgressione, ma più a monte, con l'imposizione del divieto; un divieto che il testo lascia del tutto inspiegato, immotivato, senza compiere mai alcun tentativo di aiutarne la comprensione.



    3, 17-19
    וּלְאָדָ֣ם אָמַ֗ר כִּֽי־שָׁמַעְתָּ֮ לְקֹ֣ול אִשְׁתֶּךָ֒ וַתֹּ֙אכַל֙ מִן־הָעֵ֔ץ אֲשֶׁ֤ר צִוִּיתִ֙יךָ֙ לֵאמֹ֔ר לֹ֥א תֹאכַ֖ל מִמֶּ֑נּוּ אֲרוּרָ֤ה הָֽאֲדָמָה֙ בַּֽעֲבוּרֶ֔ךָ בְּעִצָּבֹון֙ תֹּֽאכֲלֶ֔נָּה כֹּ֖ל יְמֵ֥י חַיֶּֽיךָ׃

    וְקֹ֥וץ וְדַרְדַּ֖ר תַּצְמִ֣יחַֽ לָ֑ךְ וְאָכַלְתָּ֖ אֶת־עֵ֥שֶׂב הַשָּׂדֶֽה׃

    בְּזֵעַ֤ת אַפֶּ֙יךָ֙ תֹּ֣אכַל לֶ֔חֶם עַ֤ד שֽׁוּבְךָ֙ אֶל־הָ֣אֲדָמָ֔ה כִּ֥י מִמֶּ֖נָּה לֻקָּ֑חְתָּ כִּֽי־עָפָ֣ר אַ֔תָּה וְאֶל־עָפָ֖ר תָּשֽׁוּב׃





    All'uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato: "Non devi mangiarne", maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!».

    Nel racconto precedente, in 1,29, l'erba come cibo fa parte di un contesto di esistenza felice per tutti: "Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo". Qui invece mangiare l'erba diventa segno di maledizione: si tratta sempre degli stessi gesti della vita, che ora mutano il loro significano e la percezione con cui vengono sperimentati.



    3, 20
    וַיִּקְרָ֧א הָֽאָדָ֛ם שֵׁ֥ם אִשְׁתֹּ֖ו חַוָּ֑ה כִּ֛י הִ֥וא הָֽיְתָ֖ה אֵ֥ם כָּל־חָֽי׃





    L'uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.

    L'imposizione del nome viene a confermare la posizione di dominio che era stata dichiarata nel versetto 16b: "Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà". Possiamo anche osservare che in 2,23 l'uomo aveva già dato un nome alla donna: "La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta"; ora però l'attenzione si rivolge al generare, nonostante le maledizioni di Dio. Eva, con la sua capacità di generare, è diventata l'unica speranza dell'uomo, l'unico suo punto di riferimento per vivere.



    3, 21
    וַיַּעַשׂ֩ יְהוָ֨ה אֱלֹהִ֜ים לְאָדָ֧ם וּלְאִשְׁתֹּ֛ו כָּתְנֹ֥ות עֹ֖ור וַיַּלְבִּשֵֽׁם׃ פ





    Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì.

    Gli abiti assumono qui un significato ambiguo: possono indicare protezione da parte di un Dio che, anche se arrabbiato, non vuole la morte delle sue creature, ma sono anche preparazione dell'allontanamento; ora è Dio stesso a voler nascondere dai propri occhi i corpi dell'uomo e della donna, come se anche lui fosse turbato dalla loro nudità. D'altra parte, egli è stato l'iniziatore di questo turbamento generale, quando ha manifestato all'uomo la sua diffidenza, e ora prosegue con questo suo vedere le cose senza serenità.



    3, 22-23
    וַיֹּ֣אמֶר ׀ יְהוָ֣ה אֱלֹהִ֗ים הֵ֤ן הָֽאָדָם֙ הָיָה֙ כְּאַחַ֣ד מִמֶּ֔נּוּ לָדַ֖עַת טֹ֣וב וָרָ֑ע וְעַתָּ֣ה ׀ פֶּן־יִשְׁלַ֣ח יָדֹ֗ו וְלָקַח֙ גַּ֚ם מֵעֵ֣ץ הַֽחַיִּ֔ים וְאָכַ֖ל וָחַ֥י לְעֹלָֽם׃

    וַֽיְשַׁלְּחֵ֛הוּ יְהוָ֥ה אֱלֹהִ֖ים מִגַּן־עֵ֑דֶן לַֽעֲבֹד֙ אֶת־הָ֣אֲדָמָ֔ה אֲשֶׁ֥ר לֻקַּ֖ח מִשָּֽׁם׃





    Poi il Signore Dio disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre!». Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto.

    L'uomo ritorna ora nella sua autonomia e nello stesso tempo è costretto a portare con sé la coscienza di un conto in sospeso: non è possibile vivere in pace, perché tutte le relazioni sono state stravolte. Il lavoro del suolo ribadisce una relazione con il suolo, antitetica rispetto a quella con Dio, che, almeno per il momento, è risultata impossibile. L'uomo era stato creato perché lavorasse in un giardino non suo, ora almeno lavorerà in una terra con cui, nonostante le spine, i cardi e il sudore, sente una familiarità perché è con essa che Dio l'aveva impastato per crearlo. A questo proposito si può osservare che nel racconto precedente non veniva detto da dove Dio avesse preso il materiale per fare l'uomo: Dio lo fa e ciò che viene detto immediatamente è che è a sua immagine, 1,26-27: "Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò"; è quasi come se Dio avesse creato l'uomo traendolo da sé stesso, così come la donna è risultata uguale all'uomo perché tratta dalla sua carne. In questo secondo racconto invece Dio ha tratto l'uomo dalla terra, un elemento che contribuisce ad esprimere distanza tra il creatore e la creatura.



    3, 24
    וַיְגָ֖רֶשׁ אֶת־הָֽאָדָ֑ם וַיַּשְׁכֵּן֩ מִקֶּ֨דֶם לְגַן־עֵ֜דֶן אֶת־הַכְּרֻבִ֗ים וְאֵ֨ת לַ֤הַט הַחֶ֙רֶב֙ הַמִּתְהַפֶּ֔כֶת לִשְׁמֹ֕ר אֶת־דֶּ֖רֶךְ עֵ֥ץ הַֽחַיִּֽים׃ ס





    Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita.

    Questo versetto lascia sospettare qualcosa: i cherubini in guardia suggeriscono l'ipotesi di un ritorno. C'è l'idea di un'attesa: fare la guardia significa attendere chi potrebbe venire. È qualcosa di somigliante al padre del figliol prodigo, che aspetta il ritorno del figlio (una situazione presupposta in Lc 15,20: "... Quando era ancora lontano il padre lo vide..."), sebbene qui l'attesa risulti finalizzata al mantenimento della separazione, piuttosto che alla speranza di un ricongiungimento.



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    Ultima modifica di Angelo Cannata; 11 novembre 2018, 16:56.

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