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Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 5/5

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  • Genesi 2,4b-3,24 - Il peccato originale - Pag. 5/5


    Considerazioni d'insieme

    Il testo non si fa preoccupazione di difendere Dio o fargli fare comunque bella figura: è testimone di una ricerca sincera che deve continuare e permette di percepire in quella Parola un Dio che parla senza nascondere nessuna delle difficoltà inerenti al suo stesso parlare.

    L'eventuale difficoltà ad accettare un'interpretazione che non si fa scrupolo di nascondere le insufficienze di Dio, che emergono dal testo, deriverà certamente da uno stile acquisito nell'affrontare problemi di teodicea: nell'inchiesta teologica sui problemi di Dio si percepisce che il contesto mentale diventa quello di un processo: l'accusato è Dio: nei suoi riguardi fa problema ciò che la sua stessa Parola dice. In questo processo si è di solito scelto uno stile improntato essenzialmente alla difesa di Dio, partendo dal presupposto che non potremo concludere con affermazioni che lo condannano: ne andrebbe della fede dei credenti. Questo metodo di ricerca è viziato da un presupposto aprioristico: il timore dello scacco di Dio; questo timore, legato ad un sacro rispetto, ha portato le menti a partire subito con la difesa: se il processo su Dio ha un inizio, una continuazione e delle conclusioni da trovare, nell'incertezza sulle conclusioni che potrebbero uscire fuori e nella paura legata a quest'incertezza, si è impostato tutto il procedimento fidando più sulla nostra capacità di "timonieri" del processo, piuttosto che sulle carte del processo, cioè la sua Parola. Come dire: quando la Bibbia comincia a provocarci paura, aumentiamo senza scrupoli la nostra ingerenza ermeneutica, frenando solo quando ci accorgiamo che la correzione del senso è stata ottenuta. Qui invece ho proceduto con un diverso atteggiamento: ho cercato di far parlare il testo, anche quando esso poteva appare problematico per l'elaborazione delle idee su Dio: trovo più corretto pensare che Dio, per chi lo voglia seguire, deve e sa difendersi da sé e non è quindi necessario che noi cominciamo, sin dall'inizio, a dare colpi di timone interpretativi per salvare la sua immagine.

    Tornando al testo esaminato, ho già lasciato intravedere nel commento vari aspetti di positività, ma si può ancora aggiungere che il testo presenta una diversa immagine complessiva di Dio: trattandosi di un testo che da millenni è stato letto come Parola di Dio, il credente si troverà condotto a pensare a un Dio che parla senza pretendere di chiarire tutto, senza voler nascondere i punti oscuri, fiducioso nel fatto che il fedele saprà apprezzare la sua sincerità e saprà comprendere le incongruenze come effetto della distanza tra lui e lo strumento usato per comunicare, cioè il linguaggio; qualcuno a questo punto potrebbe pensare che stiamo tornando a difendere Dio rimandando ogni difficoltà all'inadeguatezza del linguaggio, ma c'è una differenza: io ho prima voluto percorrere in dettaglio le difficoltà che emergevano, senza pormi alcun divieto, sapendo che da quei testi poteva emergere man mano non solo qualche difficoltà da risolvere, ma anche qualche spunto capace di far progredire le idee su Dio.

    La difficoltà di un Dio che non sa indovinare subito cosa sia meglio per il suo uomo può anche aiutare a pensare a un Dio che non definisce il mondo secondo i suoi criteri di ineffabile perfezione, ma vuole anche sentire il parere di questa sua creatura, che egli intende elevare al grado di interlocutore rispettabile.

    La cacciata finale dal giardino può far pensare a un Dio che non riesce a mettersi d'accordo col suo uomo; nel tempo di questa separazione Dio ricostruisce la sua propria identità (lo dimostra il decorso successivo della storia "salvifica"; possiamo anche tener presente che l'identità non si definisce da sola, ma in relazione a qualche interlocutore) e permette che il suo uomo lo faccia a sua volta: si rimanda ad appuntamenti futuri per successivi confronti a tu per tu; con la venuta di Gesù il confronto sarà posto in termini nuovi, grazie al tempo passato per rivedersi; oggi il confronto viene a porsi in termini che fanno tesoro dell'una e dell'altra esperienza; Dio può essere pensato come uno che continua a rivedere la sua identità e a manifestare il suo progredire. Questo linguaggio può apparire assurdo ad una filosofia della perfezione metafisica di Dio e della definitività del depositum fidei cristiano, ma può dimostrarsi capace di fomentare speranze a un uomo d'oggi che sospetta ancora la possibilità di aver fiducia in Dio, ma non trova i termini in cui comporla nella sua cultura e umanità.



    Per chi voglia approfondire lo studio del testo della Genesi consiglio due commentari, che purtroppo però esistono uno in tedesco e inglese, l'altro solo in inglese:

    Claus Westermann, Genesis, 1981, in tre volumi e in un'edizione ridotta in unico volume.

    Gordon J. Wenham, Genesis, 1987, in due volumi.


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    Ultima modifica di Angelo Cannata; 11.11.2018, 16:58.

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