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Si condivido quello che hai detto, il "troppo" fa male sempre, sia per i videogiochi, TV o altro.
Anche a me piace scacchi anche se non ho l'occasione di giocarci molto.
Personalmente ti posso dire che di videogiochi ce ne sono moltissimi di vari generi, ed io amo particolarmente quelli che ti portano in un altro mondo(un po' come nei libri) e l'obbiettivo primario non é piú la vittoria, ma il piacere della scoperta, a differenza dei libri l'interazione nei videogiochi porta al videogiocatore a scoprire da sé il mondo di gioco.
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Riguardo ai video giochi, penso che non sia poi così difficile rendersi conto del possibile effetto alienante. Basta pensare che il videogioco stabilisce delle regole, un ambiente entro cui muoverti, una mentalità con cui procedere, certi tipi di impulsi che vengono ripetutamente presentati alla mente affinché la mente elabori una reazione, una soluzione del problema.

Di per sé tutto ciò può costituire in realtà un insieme di stimoli positivi, che aiutano la mente a mettersi in moto. Immagina però uno che per un'intera giornata pratichi un videogioco fatto di nemici, assalitori, cattivi e furbi da cui difendersi o da attaccare: è il ripetersi degli impulsi che comincia pian piano ad alienarti dal resto, cioè dalla vita, dal silenzio, dalla cultura e da un mare di altre cose.

In questo senso la soluzione non sta nel non giocare, ma sempre in azioni di autocritica: ripetere a sé stessi i difetti di quel videogioco, l'importanza di non renderlo troppo protagonista della propria vita.

Io personalmente sono appassionato del gioco degli scacchi, sebbene non a livelli professionali, anzi, meno che dilettante. Tuttavia mi appassiona e so di essere a rischio, perché mi accorgo di rimanerci male quando perdo. Prendo però proprio questo come un mezzo per dire a me stesso che devo ancora evolvermi, crescere, ne ho di strada da fare. In questo senso credo, come mia opinione personale, che gli scacchi siano un gioco molto pedagogico. Hanno però un gravissimo difetto: ti introducono in un ambiente in cui la neutralità, la pace, non esiste: devi attaccare e devi essere attaccato, devi vincere o perdere; la parità c'è, ma in realtà mi sembra che venga percepita da tutti come una sconfitta, perché chi gioca gioca per vincere, non certo per pareggiare. Quindi sono appassionato di scacchi, apprezzo i pregi di questo gioco, ma riconosco anche che ti può alienare, per lo meno se non viene praticato con uno spirito libero, maturo, adulto.
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Molto interessante quello che hai scritto, mi hai fatto notare alcune cose che prima non avevo fatto caso nel post di Gennaro, grazie :)
Nella meditazione é l'essenza "focalizzarsi" su qualcosa, che sia il tuo corpo, il respiro o le tue sensazioni, se provassi a non farlo non sarebbe meditazione.
Secondo me però il fatto non sta nel identificarti con un oggetto, quello non si deve fare, perché così é come essere sopraffatti da esso, il non giudicare sta proprio nel non identificarti con esso, ma notarlo e basta. 
Vorrei capire meglio il fatto dell'alienazione, in particolare quando hai parlato dei videogiochi che ti dettano cosa fare e le alternative in cui muoverti levando il tuo senzo autocritico, giocando da anni non avevo mai pensato ad una cosa del genere, sarei curioso di approfondire la cosa.
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Ho esaminato con maggiore attenzione l'articolo che hai citato. Trovo  che esso manchi anzitutto di una caratteristica fondamentale per una spiritualità seria: l'autocritica. Visto che l'autore non la fa, gliela faccio io e faccio vedere inconsistenze e contraddizioni in ciò che dice.

Un difetto fondamentale delle spiritualità acritiche è quello di basarsi in gran misura su tecniche. Il difetto di basarsi su tecniche consiste nel trasformare la persona in oggetto, piuttosto che soggetto. Le tecniche vanno bene per fabbricare una macchina, riparare un orologio, curare una malattia: tutte operazioni meccaniche effettuate su oggetti. Ma pensare di applicare tecniche al servizio dell'evidenziazione del soggetto, della persona, dell'io, significa trattarlo come oggetto e indurre a considerarlo un oggetto. Nel suo articolo Gennaro Romagnoli tratta l'attenzione, le sensazioni, le percezioni, come oggetti da gestire, orientare, convogliare, calibrare, ma pur sempre oggetti. In questo senso, quando colui che pratica queste indicazioni pensa di aver raggiunto la presenza a sé stesso, non ha fatto altro che identificare sé stesso con una percezione, con un tipo di sensazioni: si è identificato, cioè, con un oggetto, si è ridotto a oggetto. Questo di per sé è micidiale, perché ridurre le persone a oggetti significa spogliarle della loro dignità, la loro grandezza, il meglio che esse sono in grado di porre in atto.

A questo punto è opportuna una precisazione riguardo al fatto che nel mio post precedente avevo espresso la mia stima per le arti marziali. È chiaro che la meditazione come tecnica si presta bene alle arti marziali, perché ogni arte marziale ha come riferimento essenziale un oggetto, cioè il corpo, considerato come arma. Ovviamente sappiamo che le arti marziali intendono il corpo in stretta connessione con lo spirito, ma nell'arte marziale non c'è un pericolo di oggettivazione dello spirito, cioè di riduzione dello spirito a oggetto, della persona a oggetto, perché, come avevo detto, l'arte marziale non presenta sé stessa come senso della vita, ma come pratica settoriale, parziale, particolare, offerta soltanto a chi se ne interessi per una sua passione specifica. Questo funziona come un'autocritica: una spiritualità che è consapevole di non essere il senso della vita è come se facesse in continuazione autocritica. In questo senso si può benissimo dire che le arti marziali sono in continua autocritica, perché non hanno la pretesa di essere il senso della vita a cui ogni persona dovrebbe far riferimento.

Le pratiche indicate dall'autore dell'articolo si presentano invece come la via maestra per raggiungere il benessere, l'armonia con sé stessi, la realizzazione piena della persona. Qui non siamo più in un'attività per appassionati, ma in una pretesa di essere il senso della vita a cui ogni persona dovrebbe far riferimento. Ecco la mancanza di autocritica.

C'è poi una vera e propria contraddizione nella distinzione che l'autore individua tra presenza e vigilanza. Ciò che egli chiama vigilanza si chiama in realtà alienazione. L'alienazione si verifica quando un soggetto o oggetto esterno si mettono a dettarti ciò che devi fare, essere, praticare, allontanandoti sempre di più dalla tua capacità di essere soggetto creativo, critico e autocritico. Un videogioco può alienarti perché ti detta tutto ciò che devi fare, le alternative entro cui muoverti, allontanandoti quanto più possibile dal sospetto verso il videogioco stesso: il videogioco non fa mai autocritica e ti allontana dalla tua autocritica.
Una volta che abbiamo chiarito cos'è l'alienazione, possiamo osservare che ciò che l'autore chiama presenza, non è altro che un'alienazione alternativa o, se vogliamo esprimerla col suo linguaggio, una vigilanza alternativa. Insomma, è come se dicesse: "Non farti fregare dagli altri, fatti fregare da me", ma in entrambi i casi si tratta pur sempre di fregatura. Infatti, nel momento in cui l'autore dell'articolo pretende di dettarti in cosa consista la valorizzazione del tuo io, dettandoti quel suo modo di fare attenzione al corpo, ti sta semplicemente attirando verso una vigilanza alternativa: ti allontani dalla vigilanza sul videogioco per tuffarti nella vigilanza sul corpo. Egli cerca di evitare che il praticante si accorga di questo, dicendo che non si tratta di attenzione diretta e concentrata verso il corpo o parti di esso: la presenta, in pratica, come una vigilanza soft, alleggerita, non esclusiva. Ma si tratta pur sempre di vigilanza ed è significativo che egli la condisca con un richiamo a non giudicare: non giudicare significa esattamente non fare critica e non fare autocritica; in altre parole, chiede al praticante di essere passivo, che poi è esattamente la stessa cosa che ti chiede il videogioco.

A questo punto ci si potrebbe chiedere come mai il praticante, dopo aver esercitato in sé stesso le pratiche indicate dall'autore, senta un benessere, un'armonia, un miglioramento. Su questo è facilissimo applicare un'osservazione critica: la storia del mondo è strapiena di gente convinta di stare bene, di essere felice, solo perché in realtà si era alienata, cioè aveva praticamente annullato il proprio senso critico e autocritico e aveva consegnato ogni propria attenzione all'oggetto dell'alienazione. Basti pensare a come può sentirsi felice uno che è ubriaco, a causa del fatto che ha alienato il proprio cervello, l'ha consegnato agli effetti dell'alcool. Il sintomo è sempre lo stesso: se c'è una cosa che un ubriaco è incapace di fare è critica e autocritica, mentre è facilissimo che dica di stare ottimamente ed essere felice.

Un'altra nota riguarda la citazione che l'autore dell'articolo fa a caterve di pubblicazioni scientifiche senza mai citarne una. D'altra parte, anche quelle volte che fa riferimento a concetti riscontrabili in filosofia o in psicologia, basta esercitare il criterio che ho detto per accorgersi della differenza: filosofia e psicologia sono in realtà autocritiche. Uno psicologo serio non si vanta mai del fatto che ciò che dice sia basato su centinaia di pubblicazioni scientifiche, per il semplice fatto che egli sa che la scienza è autocritica e non ha alcun bisogno di vantarsi di nulla: la scienza è ricerca fatta di dubbi, sospetti, demolizioni, un lavoro che non ha nessuna paura di crollare, in vista di sempre nuove acquisizioni. Vantarsi di essere basati su centinaia di pubblicazioni scientifiche significa esattamente l'opposto: paura di crollare, paura che vengano fuori le inconsistenze di ciò che sta dicendo, che poi, in una parola, è sempre la stessa cosa: distogliere il praticante dall'idea di esercitare il proprio senso critico. Ma questo è l'opposto di ciò che fa la vera scienza: la scienza, anche quando ti dice che il pianeta terra è rotondo e non quadrato, non ti scoraggia dall'usare il tuo senso critico sommergendoti con il riferimento a centinaia di testi scientifici. Al contrario, t'invita a sospettare in continuazione di ciò che essa sta dicendo, perché desidera che anche tu collabori al suo avanzamento, attraverso il meglio delle tue capacità critiche.

Con questo non voglio dire che tecniche di ogni genere, basate sulla gestione dell'attenzione, o delle posizioni del corpo, siano un male: al contrario, sono senz'altro un bene, purché vengano praticate con consapevolezza dei loro limiti, della loro settorialità, esattamente come fanno le arti marziali; in altre parole: purché si dimostrino autocritiche.
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Il dubbio riguardava proprio la differenza tra presenza e vigilanza.
Se la presenza é quindi un attenzione a qualcosa senza giudicare, mi era sorto il dubbio se per esempio quando gioco alla play avvertivo questa presenza, dinfatti non l'avvertivo, ma non sapevo il perché.
L'articolo di Gennaro Romagnoli mi ha fatto notare che difatti la presenza non è solo mente, (in quel caso vigilanza, come quando si gioca hai videogiochi o altre attività che ti fanno stare attento e basta) ma è anche corpo, quindi c'è una sorta di filo sottile che collega copro e mente.
Nella meditazione il collegamento è molto percettibile.
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Questo brano del profeta Isaia viene ripreso da Gesù in Luca 4,16-21 e applicato a se stesso. Quest'operazione di Gesù mette in evidenza un tratto fondamentale del cristianesimo e anche di diverse altre religioni: la concentrazione in una persona divina delle migliori e delle massime qualità che sia possibile immaginare. Correntemente si parla di religioni del libro, in riferimento all'importanza di un testo fondamentale stabilito come sacro, ma il Cristianesimo è, più che questo, religione di una persona divina, identificata in Gesù Cristo. Ciò fa del cristianesimo una religione che si sforza di umanizzare tutto, quantunque non è detto che quest'operazione sia sempre e del tutto scontatamente positiva. Questo sforzo di umanizzare Dio comporta anche un rapporto sofferto con lui, perché Gesù, in quanto uomo-Dio, non possiede nel presente tutte le caratteristiche che è possibile sperimentare in una persona: non si può, ad esempio, instaurare con lui una conversazione, un dialogo, se non attraverso la sua presenza nei diversi luoghi in cui viene riconosciuta, tra cui le persone che s'incontrano in questo mondo, la Chiesa o l'esistenza umana. Nondimeno, questo rapporto viene coltivato col massimo impegno e assume l'essenziale funzione positiva di distogliere dalla divinizzazione di altre persone o cose.

Nel rapporto con Gesù come persona, il fedele ha modo di trovare conforto e di relazionarsi con Dio in maniera più amichevole e confidenziale rispetto a quanto sarebbe possibile se Dio fosse soltanto un ente astratto e impersonale. Inoltre, il carattere sempre sfuggente di Gesù come persona nel presente, mai afferrabile nella maniera fisica, carnale e relazionale con cui è possibile farlo con le altre persone di questo mondo, contribuisce a rendere il relazionarsi con lui e con ogni persona un cammino sempre in atto, una crescita che non può non porsi in un continuo lavoro di ricerca su cosa significhi persona e in quali modi sia meglio relazionarsi con ogni persona. Ciò produce, di conseguenza, un formidabile strumento di crescita che rende il rapporto con ogni persona un'occasione di autoformazione e di progresso. Così come nel Vangelo ricorrono diverse occasioni in cui ci si chiede, o si è indotti a chiedersi, chi è questo Gesù, una relazione continuativa con lui, seguito fedelmente in quanto Dio-persona, induce a chiedersi, in relazione a qualsiasi altra persona, chi è, cosa può essere per me, quali ricchezze porta nella sua spiritualità, quali relazioni inedite è possibile far nascere tra di noi. Una spiritualità delle relazioni personali vissute come crescita non può non dare come effetto un aborrimento radicale per ciò che è male alla persona e quindi ad ogni persona, come l'omicidio, l'oppressione, l'inganno, lo sfruttamento. Di conseguenza, l'esaltazione di Gesù come persona divina viene in definitiva a produrre un'evoluzione nei rapporti sociali, a partire da una ricerca spirituale che, una volta portata avanti, coinvolge tutta la psicologia del fedele, i suoi sentimenti, le emozioni, l'interiorità, fino all'impegno politico.
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Sezione del gruppo Liturgia della Spiritualità


Testo

Lo Spirito del Signore è su di me;
lo Spirito del Signore mi ha consacrato,
lo Spirito del Signore mi ha inviato
a portare il lieto annunzio ai poveri.

A fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
a promulgare l'anno di grazia del Signore;
e per consolare tutti gli afflitti
dando loro una corona,
olio di gioia, canto di lode
invece di lutto e di dolore.

(Tratto da Isaia cap. 61)

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Personalmente ho grande stima delle arti marziali, anche considerandole dal punto di vista spirituale, per un motivo: perché, a quanto mi sembra di capire, non pretendono (e non potrebbero pretendere) di costituire il senso o l'essenza della vita. È questa la tentazione di ogni spiritualità particolare: presentarsi come l'essenza, il centro, il nocciolo, la sostanza della spiritualità.

Ho letto l'articolo che hai citato: mi piacerebbe capire qual è il dubbio che ti ha aiutato a sciogliere.
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Ho utilizzato un titolo abbastanza provocante per chi conosce Dragon Ball, ma questo famoso "ultra istinto" che abbiamo visto nel cartone giapponese non é stato inventato dai creatori dell'opera, ma fa riferimento a centinaia (se non di più) di anni di storia giapponese.
Questo stato mentale (sì ancora citazioni all'anime) é parte della presenza che ho scritto in un altro topic, ma elevato all'ennesima potenza, in questo stato l'attenzione che viene dedicata quando si é in uno stato di presenza, come per esempio concentrarsi sul respiro mentre si medita o concentrati sulla sensazione dei passi mentre si cammina viene invece concentrata sull'avversario, in cui tutte le tecniche e le forme imparate nella propria arte marziale si uniscono con una perfetta padronanza del proprio istinto, non pensando a nulla, ogni sentimento negativo, come la paura viene sostituito da una completa concentrazione solo sul combattimento, ottenendo una presenza massima!
La presenza però non vuol dire solo attenzione mentale e basta, per questa cosa vi invito a leggere questo articolo di Gennaro Romagnoli che personalmente mi ha aiutato molto a sciogliere un dubbio che avevo da tempo, sicuramente sarà tutto molto più chiaro https://www.psicologianeurolinguistica.net/2015/05/meditazione-presenza-vigilanza.html
Tornando alle arti marziali, in questo stato mentale in cui si é completamente dedicati al combattimento i colpi subiti e sferrati non vengono "pensati", ma agiscono e basta, c'è solo puro istinto.
Questo stato mentale é difficilissimo da raggiungere, ci vogliono anni di allenamento, di studio e di combattimento per affinare un controllo completo non solo del proprio copro ma anche della propria mente.
Due libri che trattano l'argomento molto bene sono "Il libro dei cinque anelli" di Miyamoto Musashi é "La mente senza catene" di Takuan Soho, scritti oltre 400 anni fa.
Questo ultra istinto o chiamandolo con il nome giusto, Wu Shin é una parte della filosofia di un po' tutte le arti marziali, fatemi sapere cosa ne pensate ;)


P.s Nello sport esiste la stessa cosa, chiamata peró trance agonistica.
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Spiritualità, filosofia, religione / Re:La presenza
Last post by Gasby1 - 18.08.2018 21:17
Ah dimenticavo, su Quag ho risposto al tuo post sulla soggettività, sì sta creando una discussione davvero interessante ;)
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